Pachina ha i problemi

(La Pomodorina odia Puntopiùbellochesei)

pachinapomodorina

Pachina la pomodorina gioca, salta, mangia, piscia e caca dappertutto. È apparentemente sana ma secondo me ha i problemi nella testa. Odia Puntopiùbellochesei. Non è poi così strano a pensarci, visto che Puntopiùbellochesei quando si presenta, si presenta male. Ha un acceleratore di frequenze nell’emissione delle parole e dunque parla parla, parla continuamente. Per una cucciola che non ha nemmeno iniziato ad abbaiare forse è davvero troppo. Il problema è che Pomodorina lo odia, ma cerca di dissimulare. Insomma non ha nemmeno sessanta giorni di vita e già si esercita a fare l’ipocrita e l’adulatrice. Quando vede Puntopiùbellochesei gli corre incontro, saltella e fa le feste. Poi quando lui si distrae, gli piscia sui pantaloni, oppure gli tira i fili del maglione di cashmere.
L’altro ieri facevo i pacchetti di Natale. E lei saltellava felice sul letto fra carta e fiocchetti. A un certo momento Pachina la pomodorina si ferma, allarga le zampe posteriori, le allinea a binario, incurva il bacino e non faccio in tempo a realizzare che quella è la posizione della cacca-piscia che l’ha già fatta.
L’ha fatta sul letto e sul regalo di Puntopiùbellochesei, che ora saprà che Pachina la pomodorina lo odia, ma dissimula amore. Lo odia, dissimula amore e giocando sul mio letto fra svariati pacchetti ha scelto di inzuppare proprio il suo di pipì.

Pachina la pomodorina

(la cagnolina rossa e tonda che scrive a Babbo Natale)

pachina

Caro Babbo Natale
mi chiamo Pachina, proprio come una pomodorina!
È un nome buffo, lo so, e non l’ho scelto io. Se devo dirla tutta, è stato il nome di un cane ormai morto che per giunta non si lavava.
Per questo nome già mi scherzano. Pomodorina, pomodorina mi dicono tutti…sei una piccola pomodorina.
C’è qualche rincoglionito che mi chiama patatina, come se l’orticoltura fosse un’opinione.
In comune con una pomodorina ho che sono femmina, tondetta e ho il pelo rosso, ma rosso fulvo.
Le analogie finiscono qui, ma io continuo a essere chiamata Pachina.
Sono molto piccola, ma mangio quaranta grammi al giorno di crocchette per i baby e presto sarò grande trenta centimetri…in una settimana sono ingrassata di sessanta grammi.
E comunque non perdiamoci in questioni estetiche…
Caro Babbo Natale
Come ti ho già detto per ora sono piccola piccola e mi piace giocare. Per questo vorrei tanto una palletta che rotola.
Mi piace anche molto saltellare sulle foglie secche per sentire il rumore che fanno, ma dove ci sono le foglie fa molto freddo. Desidererei quindi un vestitino caldo caldo. Odio Cavalli e D&G, mentre adoro quello stilista che si chiama Pail.
Io ho solo cinquanta giorni e in questi cinquanta giorni mi sembra di essermi meritata questi doni perché sono stata buona.
Solo ieri sera ho fatto la pipì sopra i pantaloni di un ragazzotto che si chiama PuntoPiùBelloCheSei (certo che a nomi siamo messi tutti male), ma era la prima volta, in genere la faccio sul tappeto! Anche la cacca la faccio dove capita, ma dicono che sto cominciando a capire che il posto dei bisogni è fuori…ma FUORI, caro Babbo Natale dov’è? È per caso dove gioco con le foglie secche e fa tanto freddo?

Andbutshit.com

(io cerco la stazione la cerco e non la trovo)

Ero nel campo che cercavo la mia pumpkin, e un po’ canticchiavo io cerco la mia pumpkin la cerco e non la trovo io cerco la mia pumpkin chissà dove sarà e un po’ pensavo. Pensavo in inglese e dicevo cose tipo and, but, I think and I don’t know, anche shit, ma soprattutto and e but, così sono arrivata a concludere che la più fedele traduzione del titolo di questo blog sarebbe, anzi è, andbutshit.com. Non è carino come quello italiano ma rende l’idea.
E comunque ero nel campo a cercare la mia pumpkin, a canticchiare io cerco la mia pumpkin la cerco e non la trovo, a pensare in inglese e a tradurre il nome di questo blog quando mi sono detta and pausa if pausa I pausa prendessi un treno?
Ho preso tutti i mezzi di trasporto vancuveriani, compresa la funivia per andare a Grouse Mountain, il ferry per andare a Vittoria, adesso lo vorrò pur prendere un treno per vedere se puzza, è in ritardo e ci sono le pulci?
Great! ho pensato, allora si prende un treno e si va a Seattle.
Esco dal campo di pumpkins e torno a casa. Apro la cartina e cerco la stazione. Non la trovo, proprio come la mia pumpkin, chissà dove sarà. Siccome Vancouver non è piccola, io penso che la stazione di questa città nemmeno è piccola, ma è grande tipo la Centrale di Mìlan. E invece la stazione di Vancouver non la trovo. Sono a casa, sdraiata nel letto, non ho nulla da fare e mi metto a ispezionare tutti i quadratini partendo da downtown e spostandomi verso east (….). Arrivo a mettere una decina di ics sui quadrati quando, piccola piccola, vedo la scrittina Pacif Station. Faccio la ricerca su google e scopro che dalla Pacific Station partono treni e autobus.
Il giorno dopo vado alla Pacific Station e dico fra me e me, Catia be quiet, è come se andassi… perché ogni volta che vado in un posto nuovo cerco di paragonarlo a uno familiare. Per esempio, sto andando a Grouse Mountain e mi dico be quiet Catia è come se andassi al Mottarone, oppure sto andando a Metrotown (il secondo centro commerciale più grande del mondo) e mi ripeto be quiet Catia, è come se andassi all’Iper, solo un po’ più grande. Insomma i posti nuovi mi spaventano e ho bisogno di distrarmi con delle cazzate. E quindi scendo dallo skytrain, stazione Main St. Science Wordl, e mi immagino di trovare un busy bestiale, macchine e bus che sfrecciano di qua e di là, automobilisti incazzosi con la mano piantata sul clacson, e invece trovo il silenzio tutto intorno. Arrivo alla Centrale di Vancouver, e scopro che è piccola come la scrittina della mia mappa, altro che Centrale, assomiglia alla stazione di Enna Bassa! Why? mi chiedo, why is this station so small?
Entro dall’ingresso principale che è anche l’unico dell’edificio, e vado a consultare le schedule. In giro non c’è nessuno. Gli sportelli sono pochissimi, un’edicola, un mcdonald e poco altro. Concludo che i vancouveriani non usano molto i treni. Forse perché non gli piacciono, forse perché non amano viaggiare.
Prendo gli orari dei treni per Seattle e poi un depliant fotocopiato su carta gialla e ci trovo gli orari per Toronto. Ci si mette più o meno cinque giorni per arrivarci. Capito perché i vancouveriani non usano i treni: il Canada è grande! Non siete stupiti da tutte queste importanti nozioni che sto acquisendo in terra canadese? E comunque, se decidi di andare in treno a Toronto, nel prezzo mi pare di aver capito che è incluso anche l’abbonamento alla palestra. Fra l’altro i controllori dicono che il corso di pilates della terza carrozza è ottimo…
Alla fine, che poi sarebbe ieri, a Seattle ci sono stata in pullman, ci si mette meno! E nel prezzo è compresa una sosta di almeno un’ora con foto ricordo e gioco con le impronte digitali. Però solo all’andata.

Incontri vancouveriani di primo livello

(pensavo fosse Nemo invece era pesciolino normale)

Siccome sono una ragazza sveglia, sono diventata la padrona della città.
Insomma, in poche parole, ho imparato a usare i mezzi pubblici vancouveriani.
A oggi posso dire di essere stata trasportata da vari bus, dallo skytrain, dal seabus, di aver girato in lungo e in largo la zona gialla e di essermi avventurata nella zona rossa.
Mi sembra che tutto questo mi conferisca una certa rispettabilità.
Rispettabilità a parte, qui a Vancouver faccio incontri interessanti.
Venerdì scorso ho fatto una passeggiata. Ero in zona Jerico Park e ho incontrato un coniglio. Poi  sono ritornata verso Kitsilano e ho incrociato uno scoiattolo. A un certo punto, mentre camminavo lungo il marciapiede passa Douglas Coupland su una berlina decappottabile. Wow! dico, mi è parso di vedere Douglas Coupland senza capelli e invecchiato come in effetti appare nella quarta di copertina del suo ultimo libro. Faccio altri cento metri e Douglas Coupland, che forse non sa bene cosa fare della sua vita, fa il giro dell’isolato e ripassa sulla strada dove io sto ancora camminando.
Sono sicura che il coniglio incontrato nel parco fosse un coniglio e che lo scoiattolo fosse proprio uno scoiattolo.
Ma forse il signore che sfrecciava sulla decappottabile non era esattamente Douglas Coupland.
Del resto anche domenica all’aquarium in Stanley Park mi è sembrato di vedere Nemo. Ma forse non era per davvero Nemo. Forse era un pesciolino normale.

Avviso ai viaggiatori

(per andare dove devo andare devo camminare)


Se non vi piacciono cinesi, coreani e giapponesi, non venite a Vancouver.
Se non amate particolarmente la pioggia, non venite a Vancouver.
Se non vi piacciono le foglie di acero bagnate che creano una sottile quanto insidiosa e viscida e purulenta patina su cui slittare e cadere rovinosamente nelle braccia del coreano che vi cammina incontro in una grigia e nuvolosa e uggiosa giornata di autunno, non venite a Vancouver.
Ma soprattutto se non siete laureati in ingegneria dei trasporti con specializzazione in bus, filobus, skytrain, seabus, aquabus e navicelle spaziali, ecco, allora Vancouver non è proprio la città che fa per voi.
La pensavo più semplice la mia latitanza oltreoceano. Quando la mia vicenda giudiziaria mi è sembrata complicarsi, mi sono detta, massì perché non scappare all’estero, non sarò la prima e neppure l’ultima. Massì, ho pensato, che mi condannino pure in contumacia, io intanto me la spasso arrostendo salmoni a Kitsilano e succhiando sciroppo d’acero dalla corteccia degli alberi.
Quando avevo visto per la prima volta Vancouver sulla cartina, m’ero detta toh che bella città, con tutte queste isole, insenature, baie, spiagge, ponti e ponticelli.
Allora ho deciso che ci venivo a Vancouver a passare i giorni della latitanza.
E infatti eccomi qua.
Ma una volta lontana dai guai giudiziari mi sono impigliata in quelli della Mobilità Urbana di Vancouver. I primi giorni è andata via liscia: camminavo. Quando le mie mete sono diventate più ambiziose, quando cioè si sono spostate due isolati più in là di downtown, sono iniziati i problemi.
Il giorno che ho deciso di prendere l’autobus, che per la precisione è stato oggi, sono successe così tante cose da smarrire la sequenza esatta degli avvenimenti.
(Segue una ricostruzione frammentaria)
Sono andata nello shop per comprare il biglietto. Can i have a ticket please, chiedo con il mio fragile inglese, uno o due? mi risponde il garzone dietro al bancone, avrei detto uno, ma ripensandoci forse è meglio two, e gli dico two. Mi consegna un carnet, ventisette dollari, io faccio enbé e lui mi dice che i biglietti singoli non li vende, io non ci credo, ma mica mi metto a questionare in inglese. E poi i biglietti mi serviranno ancora, e allora prendo il mio carnet, pago e sono sulla street. Raggiungo la fermata del bus: 9, 19, 45, 256, 612, 834, 1045 e mi sovviene che non so bene qual è il numero del bus che mi porterà due isolati più in là delle mie abituali mete. Mi serve una mappa con tutti i mezzi della città. Ritorno nello shop, saluto il garzone dietro al bancone, can i have a map please, chiedo con il mio stentato inglese, non la vende la mappa dei trasporti, mi dice, però la trovo sul bus, basta chiedere all’autista, aggiunge. Io non ci credo ma mica mi metto a questionare in inglese. Esco dalla porta e sono di nuovo sulla street. Raggiungo la fermata del bus: 9, 19, 45, 256, 612, 834, 1045, non sono aumentati, ma neppure diminuiti.
Allora aspetto il bus, una volta sul bus, penso, chiederò all’autista la mappa dei trasporti dove troverò il numero del bus che devo prendere per andare due isolati più in là delle mie abituali mete.
A questo punto ho una significativa illuminazione: se non conosco il numero del bus non prenderò nessun bus, e se non prenderò nessun bus non potrò neppure chiedere la mappa dei trasporti all’autista.
Per andare dove devo andare su quale numero di bus devo salire, chiedo a una ragazza che mi sembra ostentare la sicurezza di quella che è nata con la mappa dei mezzi caricata nel dna, e lei mi dice che forse non devo prendere il bus, ma spostarmi e andare a prendere lo skytrain.
Cavolo è lo skytrain, le chiedo. Ma è arrivato il suo bus e deve scappare via.
Sconfitta e disorientata dalla notevole offerta di trasporti vancouveriani, rimando il mio battesimo con la Mobilità Urbana e comincio a camminare, perché tanto, per andare dove devo andare, ci posso andare anche a piedi. E accarezzando con le dita il carnet da ventisette dollari che mi è rimasto nella tasca, comincio a camminare.
E fra l’altro quando il boy dietro al bancone mi aveva chiesto uno o due, non intendeva il numero dei biglietti, ma la zona tariffaria in cui volevo usarli, perché a Vancouver, e questa è un’altra cosa che bisogna sapere, se viaggi nella zona 1 paghi un tot, se viaggi nella zona 2 un altro tot, se viaggi nella 3, un terzo tot. Se inoltre sei young non paghi una mazza, se hai più di quindici anni e meno di ventitre, paghi un po’ meno, se ne hai più di sessantacinque anche. Se viaggi durante le ore di lavoro e cioè fino alle 6.30 p.m., paghi una cifra, se viaggi dopo paghi di meno. Nei we paghi uguale sia prima che dopo le 6.30 p.m., ma se prendi il carnet giornaliero da otto dollari…
Capito?
E fra l’altro quando ho risposto al boy 2, ho sbagliato e ho buttato nel cesso ventisette dollari, visto che la zona in cui devo viaggiare io è la 1.
Fra l’altro.

La mia esperienza con la legge / parte prima

(la seconda parte con tutta probabilità la scriverò quando sarò già in menopausa)



Il mio medico di base mi ha suggerito una visita ortopedica.
Il mio allergologo mi ha prescritto Zirtec e Rinofrenal.
Il mio dentista mi ha detto che possiedo il mozzo aperto.
La mia ginecologa mi ha fatto il pap test.
Il mio meccanico è troppo caro, ma è un genio.
Il mio commercialista non è proprio mio, me lo cede in comodato d’uso la ditta ma&pa.
Il mio analista per fortuna non è più mio.
Il mio cugino Ciccio Pasticcio si sposa a maggio del 2008.
Il mio maestro olandese di do-in è pronto per ricominciare le lezioni di trizza campa pieca campa e ora imagina ti tisegnare crosso cerchio su pavimento con setere.
Il mio cane Paco è morto, e non era nemmeno tanto pulito.
Il mio allenatore di pétanque non esiste ancora.
Il mio datore di lavoro purtroppo sì.
Il mio edicolante ha chiuso la baracca.
Il mio pusher è stato arrestato perché ha confuso una fungaia con una piantagione di erba.
Il mio salumiere approfitta delle mie distrazione per caricare quel 40 gr di cotto in più sul piatto della bilancia. Lascio?
Il mio idraulico è convinto che sono una scioperata, ma piuttosto che dargli ragione penso che è uno stronzo.

Da una settimana posso dire che il mio avvocato mi ha offerto il caffè, il mio avvocato mi dà sicurezza, il mio avvocato è ottimista, il mio avvocato dice che sono stata bravissima a rispondere, l’assistente del mio avvocato è molto carino e cose del genere.

Odio dover ostentare anche questo possessivo, ma, senza entrare nei particolari, ci tengo a dire che non sono una criminale.
Vi ho un po’ rassicurato?

E allora, circa una settimana fa, una macchina dei carabinieri parcheggia davanti casa. Io esco sorridendo convinta che abbiano sbagliato numero civico. Ma il nome e cognome non lasciano dubbi, sono proprio io. Il sorriso si blocca dov’è, e le prime crepe cominciano a deturpare gli angoli della bocca. Anche il contorno occhi inizia ad accusare delle noie epidermiche quando vengo a conoscenza dei particolari della loro missione: dobbiamo consegnarle un avviso di garanzia, dicono.
Merda, penso.
Con molta fatica riesco a portare le mani sulla faccia e rimodellare con colpetti decisi il contorno bocca che ormai ha assunto l’aspetto deformato del sorriso di Joker, poi prendo i quattro fogli che gli uomini dell’Arma mi offrono in cambio di una firmetta qui e una lì.
Il tutto comincia con una scritta grande in Times New Roman che dice Procura della Repubblica. Li sfoglio e mi accorgo che sono fotocopiati sul retro di una carta intestata della Banca Intesa. Verifico quindi che il ministero della Giustizia non ha molti soldi. Quando leggo che sono indagata per una querela del 2002, su un articolo scritto nel 2001, posso invece appurare che il ministero della Giustizia i suoi soldi li butta nel cesso.
Solo poi comincio a realizzare, e di conseguenza a cacarmi sotto. Qualche giorno dopo devo presentarmi a un cosiddetto interrogatorio e non ho l’avvocato, anzi non ho il mio avvocato.
Loro, visto che se lo possono permettere nonostante la carta intestata della Banca Intesa, scrivono che mi danno un avvocato d’ufficio. Leggo il nome dell’avvocato assegnato, e come da copione decido che non mi fido di questo qua. Figurati, con quello che sarà pagato dal Ministero!
Io voglio il mio avvocato. Lo voglio per aggiungerlo alla collezione di possessivi già in mio possesso.
E dopo dodici ore ho l’avvocato.
Il mio avvocato mi riceve nel suo studio la mattina seguente. Mi fa firmare una carta che si chiama delega e mi spiega che farà rimandare di qualche giorno l’interrogatorio.
Il mio avvocato lunedì mi chiama e mi dice che devo presentarmi da lui il venerdì successivo alle nove per poi andare in tribunale alle dieci.
Appena arrivo nello studio, telefonano dal tribunale. C’è un allarme bomba, dicono, sono tutti fuori. L’avvocato mi guarda intensamente. Io lo guardo intensamente e gli giuro che non sono stata io. È vero, sulla faccia posso vagamente avere quell’espressione da sollievo per il compito in classe saltato, ma non sono stata io, lo giuro. Non ho fatto io la telefonata in tribunale.
Qualche giorno prima, leggevo un libro che si chiama “Le mille luci di New York” che non mi è piaciuto tanto, però ci trovo una frase che mi appunto sull’agenda. Questa frase farà parte della mia memoria difensiva. Cavolo è la memoria difensiva?, mi chiedo, e mi rispondo che bene bene non lo so, però in mia difesa posso citare quella frase del libro che più o meno dice che i fatti non sono la verità e la verità non sono i fatti e che io alla fine ho verificato i fatti come si presentavano…
Tutto sommato però il suggerimento dell’avvocato di rispondere in modo conciso, tipo sì, no, o al massimo non mi ricordo, mi sembra buono. Abbandono, per il momento, il frammento sapienziale che ho sviscerato a mio uso e consumo da “Le mille luci di New York” e con il mio avvocato usciamo dall’ufficio. L’allarme bomba si è rivelato una cazzata, dopo mezzora tutti sono rientrati, delusione sul mio faccione, orecchie basse, e sono davanti al tribunale.
Il mio avvocato saluta e parla con tutti. Bene, è tranquillo, penso io mentre un agente passa un metaldetector lungo le pareti del mio corpo divertendosi a farlo suonare all’altezza del ferretto del reggiseno.
Arriviamo nella stanza dell’interrogatorio. Mi siedo e incrocio subito le gambe. È l’unica chiusura della postura che mi concedo. Mi autoconvinco che non ho niente da temere e che quindi devo avere un atteggiamento prossemico rilassato e aperto. Dopo le prime battute del mio interlocutore mi accorgo che il linguaggio verbale per lui è già un optional, figuriamoci come è messo con l’interpretazione dei messaggi del corpo. Mi rilasso un pochino e comincio a gustare la sequenza delle scene che sono tutte più o meno uguali: domanda dell’inquisitore, titubanza mia, sguardo all’avvocato, rassicurazione e risposta.
Ho però una certa difficoltà a interpretare alcune domande. Dopo nome e cognome l’interrogante mi chiede quali sono le mie condizioni sociali/familiari/economiche. Ottime, mi viene da rispondere. Ho una splendida famiglia, tanti amici, soldi mica tanti, ma quelli non contano poi molto. Tuttavia ho fatto un duro allenamento nei giorni precedenti che consisteva nel fare passare un tempo minimo di cinque secondi tra il pensiero e la sua epifania che in sintesi si chiama, questo sport, riflettere prima di parlare. Guardo l’avvocato e lui mi dice che a questo tipo di domanda in genere si risponde normali. Mi sembra riduttivo, ma rispondo come da suggerimento.
Dopo una decina di minuti, io e il mio avvocato ci accorgiamo che la strategia difensiva concordata del sì no o al massimo non ricordo, non funziona. Fossi a scuola potrei con sollievo affermare che mi hanno chiesto l’argomento a piacere, ma sono in tribunale e la prima domanda seria è aperta, e più o meno fa così: ha qualcosa da dire a sua discolpa? Sorvolo sul concetto di presunzione di innocenza e guardo l’avvocato, l’avvocato mi guarda, io guardo l’avvocato e sono certa di una cosa: l’avvocato mi sta guardando e forse mi sta supplicando di dire qualcosa. Da quel momento non è più un interrogatorio: io parlo e quello mi dice se ho cose da aggiungere, io riparlo e quello mi richiede se ho altro da dire. A un certo punto io non ho più niente da dire e l’interrogatorio finisce. È passata almeno un’ora, ma è volata come se fosse uno di quegli esami universitari che vanno strabene.
Esco dalla stanzetta che sin dal momento del mio ingresso aveva tradito la topica iconografia cinematografica della stanzetta da interrogatorio, e con il mio avvocato usciamo dal tribunale. Incontriamo il suo assistente e tutti insieme entriamo al “Caffè del tribunale”. Qui il mio avvocato mi offre il caffè, mi dice che mi sono comportata benissimo.
Adesso vediamo che succede.
Con tutta probabilità, se il ministero della Grazia e della Giustizia ha ancora soldi da buttare nel cesso, si aprirà un processo contro di me. Per ora sono tranquilla. Dovesse succedere io sarò già in menopausa e forse avrò i soldi per pagare il mio avvocato, ammesso che io perda la causa, ovvio!

Ciao

(una pera con gli occhi di rana va via)

Vado via. Per qualche settimana. Un mese probabilmente… di certo a metà ottobre sono qui!
Per il momento me ne vado in Sicilia. Come sempre…
Sei fortunata mi dicono tutti!
La Sicilia è bella. Per non parlare del mare… uh quello poi!
Ma come la mettiamo con il resto?
Loro hanno scoperto che parto.
Loro mi hanno invitato a tre matrimoni!

Tre?
Tre, dice mia nonna, ma non ti preoccupare, spiega, sono mezzi matrimoni.
E dimmi, nonna, cavolo sarebbero tre mezzi matrimoni?
Il primo è di tuo zio: divorziato, cerimonia in comune, e senza rinfresco.
Il secondo è di tuo cugino: in chiesa e col ristorante.
Allora questo è un matrimonio, nonna!
No, è mezzo lo stesso, mi dice. Tuo cugino è già sposato in comune da qualche anno e ha due figlie. E quindi, se ti dico che è mezzo, è mezzo.
Mezzo, nonna, se dici che è mezzo, è così.
(Mai contraddire l’unica nonna che ti è rimasta).
Il terzo è di tua cugina: in chiesa e senza ristorante. Quasi mezzo!
Quasi mezzo? E perché quasi?
Tua cugina convive da un anno. E quindi quasi mezzo.
Ok, nonna, saranno anche mezzi matrimoni, ma sono pesanti assai…
Ma non sono pesanti come matrimoni interi, dice.
Nonna, ma tu ci vieni?
No, io sono in lutto.
Ah ecco, ma non vale approfittarsi così del nonno.

E vabbé faremo scorta di sostanze e affronteremo questi mezzi matrimoni.

Hanno arrestato il cugino di tuo papà!
Oh no!
Oh sì, nella serra dove aveva il pollaio coltivava marijuana, l’hanno beccato.
Oh no!
Oh sì, e pensare che voleva farci una fungaia… almeno così mi aveva detto.
Mamma, chissà, forse quel pirla ha confuso i semi!
Eh sì!
Eh no!

Tum tutum

(racconti spassosi di rane che parlano e altro)

Voglio fare la nanna qui, gli dice affondando il dito in un punto.
Nel punto più bello che sei, proprio questo, dice.
Il punto più bello di lui, steso sul letto e un poco assonnato, non è la pancia.
Un po’ più in basso e un po’ più di lato.
Il punto più bello di lui sta tra lo spigolo dell’anca e l’ombelico.
Una conca, lievemente depressa.
È piccola, aggiunge lei, ma la mia testa ci sta.
Così toglie l’indice, e sulla sua carne rimane un segno bianco che dura un attimo.
Troppo poco, pensa, delusa.
Voglio fare la nanna proprio qui, insiste.
Così appoggia la montagna di capelli arruffati nel punto più bello che sei.
Il suo orecchio aderisce alla pelle.
Cullata dal suo respiro, su e giù su e giù, chiude gli occhi e finge di dormire.

Hai le rane nella pancia, dice all’improvviso, non posso dormire.
A cena hanno diviso una margherita.
Ho mangiato solo mezza pizza, si giustifica così, lui. Forse è la fame.
È la fame, certo che è la fame, dice lei.
E questa fame fa chiacchierare le rane nella tua pancia.
E io non posso dormire, borbotta.

Ma tu, attacca lui, tu che ascolti tutte le notti le rane nello stagno, cosa dicono quelle che parlano nella mia pancia?

Capelli arruffati spinge la testa nel punto più bello che sei.
Ci pianta l’orecchio e si mette ad ascoltare, più attenta che può.

cra cra cra
tum tutum tutum

cra cra cra

Io non le capisco le rane che parlano nella tua pancia, dice nervosa.

Dài, concentrati di più, cosa dicono, insiste lui.

cra cra cra
tum tutum tutum

cra cra cra
tum tututm tutum

A questo punto capelli arruffati sbuffa come una locomotiva.
C’è una interferenza, una fastidiosa interferenza, annuncia preoccupata.
È un rumore insistente, come di stantuffo, cerca di spiegare.
Questo rumore copre le rane.
Così non ci riesco a sentire quello che dicono le rane che parlano nella tua pancia.

Riprova ancora, concentrati sul verso delle rane, la prega lui.
Ascolta solo le rane. Solo il loro cra.

Capelli arruffati ci riprova.
Riaffonda con la testa nel punto più bello che sei.
Il suo orecchio è una ventosa sintonizzata sulle frequenze gracide.

E ancora…

tum tutum tutum
tum tutum tutum
tum tutum tutum


Al quarto tum tutum, capelli arruffati si incazza di brutto.
Si alza, e affonda un gomito nel punto più bello che sei.
Guarda lui dritto negli occhi.
Senti, digli di smettere, ordina decisa.
Devi dire al tuo cuore di smetterla di battere così forte.
Fa un casino della malora. Ma che gli è preso?
Digli che deve smetterla.
È sua la colpa di questa interferenza che fa
tum
tutum
tutum!

La mamma di Zblurps

(voilà, quelle surprise!)

Ma ve la ricordate la mia borsa antropomorfa che voleva attirare l’attenzione?
Quella di origine lionese, pelosa, con le zampe gli occhi e le orecchie, che si era offesa perché non l’avevo portata a Lisbona con me?

Insomma la progonista di questo post e video qui?

Ecco, oggi in un commento si è fatta viva la sua creatrice che si chiama Sophie.
Adesso mi toccherà trattarla bene la borsa antropomorfa che altrimenti la creatrice della creatura avverte la Lega protezione degli Zblurps.

Se fate un giro a Lione andateci dai créateurs e dalla mamma degli Zblurps.

Ho risposto sempre B

(gli ex atomici dicono che funziona)

Non ricordo domande così difficili dal tempo della prima edizione del “Gioco delle nostre radici”, gara valida per il palio dei rioni della bidonville sul lago Maggiore dove mi trovo, ben consapevole di trovarmici.

Nel dubbio ho sempre risposto B. Gli esperti di questi test dell’Unione Europea dicono che statisticamente hai buone probabilità di azzeccare quella giusta.

Adesso ritorno alla mia squallida vita. Dalla quale continuerò a tenervi fuori. Che fottuta fortuna che avete!