(per andare dove devo andare devo camminare)

Se non vi piacciono cinesi, coreani e giapponesi, non venite a Vancouver.
Se non amate particolarmente la pioggia, non venite a Vancouver.
Se non vi piacciono le foglie di acero bagnate che creano una sottile quanto insidiosa e viscida e purulenta patina su cui slittare e cadere rovinosamente nelle braccia del coreano che vi cammina incontro in una grigia e nuvolosa e uggiosa giornata di autunno, non venite a Vancouver.
Ma soprattutto se non siete laureati in ingegneria dei trasporti con specializzazione in bus, filobus, skytrain, seabus, aquabus e navicelle spaziali, ecco, allora Vancouver non è proprio la città che fa per voi.
La pensavo più semplice la mia latitanza oltreoceano. Quando la mia vicenda giudiziaria mi è sembrata complicarsi, mi sono detta, massì perché non scappare all’estero, non sarò la prima e neppure l’ultima. Massì, ho pensato, che mi condannino pure in contumacia, io intanto me la spasso arrostendo salmoni a Kitsilano e succhiando sciroppo d’acero dalla corteccia degli alberi.
Quando avevo visto per la prima volta Vancouver sulla cartina, m’ero detta toh che bella città, con tutte queste isole, insenature, baie, spiagge, ponti e ponticelli.
Allora ho deciso che ci venivo a Vancouver a passare i giorni della latitanza.
E infatti eccomi qua.
Ma una volta lontana dai guai giudiziari mi sono impigliata in quelli della Mobilità Urbana di Vancouver. I primi giorni è andata via liscia: camminavo. Quando le mie mete sono diventate più ambiziose, quando cioè si sono spostate due isolati più in là di downtown, sono iniziati i problemi.
Il giorno che ho deciso di prendere l’autobus, che per la precisione è stato oggi, sono successe così tante cose da smarrire la sequenza esatta degli avvenimenti.
(Segue una ricostruzione frammentaria)
Sono andata nello shop per comprare il biglietto. Can i have a ticket please, chiedo con il mio fragile inglese, uno o due? mi risponde il garzone dietro al bancone, avrei detto uno, ma ripensandoci forse è meglio two, e gli dico two. Mi consegna un carnet, ventisette dollari, io faccio enbé e lui mi dice che i biglietti singoli non li vende, io non ci credo, ma mica mi metto a questionare in inglese. E poi i biglietti mi serviranno ancora, e allora prendo il mio carnet, pago e sono sulla street. Raggiungo la fermata del bus: 9, 19, 45, 256, 612, 834, 1045 e mi sovviene che non so bene qual è il numero del bus che mi porterà due isolati più in là delle mie abituali mete. Mi serve una mappa con tutti i mezzi della città. Ritorno nello shop, saluto il garzone dietro al bancone, can i have a map please, chiedo con il mio stentato inglese, non la vende la mappa dei trasporti, mi dice, però la trovo sul bus, basta chiedere all’autista, aggiunge. Io non ci credo ma mica mi metto a questionare in inglese. Esco dalla porta e sono di nuovo sulla street. Raggiungo la fermata del bus: 9, 19, 45, 256, 612, 834, 1045, non sono aumentati, ma neppure diminuiti.
Allora aspetto il bus, una volta sul bus, penso, chiederò all’autista la mappa dei trasporti dove troverò il numero del bus che devo prendere per andare due isolati più in là delle mie abituali mete.
A questo punto ho una significativa illuminazione: se non conosco il numero del bus non prenderò nessun bus, e se non prenderò nessun bus non potrò neppure chiedere la mappa dei trasporti all’autista.
Per andare dove devo andare su quale numero di bus devo salire, chiedo a una ragazza che mi sembra ostentare la sicurezza di quella che è nata con la mappa dei mezzi caricata nel dna, e lei mi dice che forse non devo prendere il bus, ma spostarmi e andare a prendere lo skytrain.
Cavolo è lo skytrain, le chiedo. Ma è arrivato il suo bus e deve scappare via.
Sconfitta e disorientata dalla notevole offerta di trasporti vancouveriani, rimando il mio battesimo con la Mobilità Urbana e comincio a camminare, perché tanto, per andare dove devo andare, ci posso andare anche a piedi. E accarezzando con le dita il carnet da ventisette dollari che mi è rimasto nella tasca, comincio a camminare.
E fra l’altro quando il boy dietro al bancone mi aveva chiesto uno o due, non intendeva il numero dei biglietti, ma la zona tariffaria in cui volevo usarli, perché a Vancouver, e questa è un’altra cosa che bisogna sapere, se viaggi nella zona 1 paghi un tot, se viaggi nella zona 2 un altro tot, se viaggi nella 3, un terzo tot. Se inoltre sei young non paghi una mazza, se hai più di quindici anni e meno di ventitre, paghi un po’ meno, se ne hai più di sessantacinque anche. Se viaggi durante le ore di lavoro e cioè fino alle 6.30 p.m., paghi una cifra, se viaggi dopo paghi di meno. Nei we paghi uguale sia prima che dopo le 6.30 p.m., ma se prendi il carnet giornaliero da otto dollari…
Capito?
E fra l’altro quando ho risposto al boy 2, ho sbagliato e ho buttato nel cesso ventisette dollari, visto che la zona in cui devo viaggiare io è la 1.
Fra l’altro.